Populismo: esiste veramente il popolo catalano?


Tutto il discorso di chi è a favore dell’indipendenza ruota intorno al potere di decisione che in una democrazia dovrebbe avere il popolo sovrano, una democrazia peraltro non più liberale o rappresentativa, ma diretta, che oltrepassi cioè i vincoli limitativi della costituzione e dei rappresentanti.

Ora però è necessario rispondere a tre domande:

  1. Esiste davvero il popolo catalano, inteso, come spesso appare, come una sorta di comunità organica?
  2. È davvero includente?
  3. È compattamente e maggioritariamente favorevole all’indipendenza?

 

Per rispondere a queste domande ci rifacciamo all’analisi del Baròmetre d’Opinió Política del Centre d’Estudis d’Opinió della Generalitat de Catalunya. I dati sono stati raccolti a luglio del 2017, per cui sono sufficientemente recenti, ma non così tanto da essere stati raccolti in un momento in cui la tensione tra Barcellona era già elevata.

Dalla  tabella 1 possiamo rilevare come poco più del 40% dell’opinione pubblica si identifichi con l’affermazione “sono un catalano che vive in catalogna”. Il 45% invece include nella propria identità una qualche forma di spagnolismo “nato in spagna, vivo in catalogna”, “spagnolo che vive in spagna”, “catalano che vive in spagna”.  È così possibile distinguere due macrogruppi, coloro che hanno un’identità esclusivamente catalana e chi invece include, in modo differente, forme di spagnolismo.

 

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Come è noto i processi di migrazione interni alla spagna, soprattutto dalle regioni povere, come l’Andalusia, verso quelle ricche, come la Catalogna, sono stati consistenti. Dai dati è impossibile risalire all’origine delle seconde generazioni, di quelli cioè che sono nati in catalogna da genitori immigrati. Tuttavia la tabella 2 ci mostra come quasi il 90% di quelli che si sentono catalani, senza altri riferimenti, siano nati in catalogna. Una dimensione quasi esclusiva molto meno variegata rispetto al gruppo di spagnoli, dove la percentuale dei nati nella comunità autonoma scende al 52%. In particolare questo secondo dato mostra in modo abbastanza netto come l’idea di catalanismo, se preponderante nel primo gruppo, non lo è nel secondo.

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La terza  tabella mostra come tra i due gruppi ci siano differenze significative. Sono state analizzate tre dimensioni: autoposizionamento nella classe sociale, titolo di studio e lavoro. Nelle tre dimensioni i catalani  sono di una classe sociale più elevata,  maggiore probabilità di essere occupati. Nelle tre variabili la differenza tra i due gruppi è statisticamente significativa.

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Inevitabile quindi (tabella 4) che anche la percezione dei problemi più importanti risenta di questa differenza. La disoccupazione è il primo problema per gli spagnoli, quasi un terzo di essi, per i catalani la questione più importante è quella relativa ai rapporti tra Barcellona e Madrid. Merita tuttavia di essere sottolineato come entrambi  i gruppi mostrino tassi di insoddisfazione nei confronti della politica particolarmente consistenti insoddisfatti nei confronti della politica.

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Insomma, in sostanza, più che un popolo, si può parlare di perlomeno due popoli residenti in catalogna. Occorre ora capire come, il sentimento identitario interagisca con il desiderio di indipendenza. Dalla tabella 5 appare evidente come la divisione  tra i due gruppi catalano e spagnolo si rifletta in modo inequivocabile sul voto al referendum. Ad essere favorevoli i catalanisti, in una percentuale molto consistente, l’83%, decisamente inferiore l’appoggio degli spagnolisti, che per l’85% sono contrari.

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Il nazionalismo ha maggiore presa nei piccoli centri, come evidenziato nella tabella seguente, a eccezione dei comuni al di sopra del milione di abitanti dove torna a crescere. Tuttavia supera la soglia del 50% esclusivamente nei comuni al di sotto dei 10 mila abitanti.

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L’ultima domanda a cui si vuole rispondere è: quali sono le ragioni che maggiormente influenzano la scelta indipendentista? Per rispondere è stata fatta una regressione in cui la variabile dipendente dicotomica è: 0 non voto, o voto no e 1 voto sì all’indipendenza. In questo senso si sono selezionati una serie di dimensioni (variabili indipendenti o esplicative) che hanno a che vedere con alcuni dei valori generalmente addotti per giustificare l’adesione dell’opinione pubblica al Proces.

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La tabella 6 ci mostra che le variabili statisticamente significative, ovvero la cui risosta è statisticamente significativa e quindi possiamo dire che ha un’influenza, sono appena 5 (quelle in rosa chiaro). Quando sono al di sopra dello 0 (linea azzurra) la relazione tra le due dimensioni è positiva, quando al di sotto dello zero invece è negativa. Tra queste, come potrebbe apparire ovvio, ma che ovvio non lo è necessariamente, è l’identificazione catalanista. Insomma non sono i giovani, non sono i disoccupati, la sinistra o un maggiore interesse per la politica, ma un senso di appartenenza comunitaria che, come abbiamo visto, ha tratti esclusivi. Un atteggiamento di sfiducia nei confronti della politica, infatti la seconda dimensione ad avere un maggiore impatto è la insoddisfazione di come funzioni la democrazia. Ma non solo, la sfiduciava anche nei confronti dei politici spagnoli, dell’Unione europea e aumenta, cioè è positiva nei confronti di politici e parlamento catalano.

Conclusione

Il processo di indipendenza catalana è legittimato dai suoi sostenitori da due grandi argomenti:

  • L’eccezionalismo
  • La volontà del popolo

Queste due opinioni contrastano uno dei maggiori argomenti invece di chi è contro, quello che genericamente viene definito come legalitario ovvero sul rispetto della costituzione. In realtà, come peraltro è noto, il referendum viola la costituzione spagnola e in questo senso il tribunale costituzionale è stato perentorio. Parte del campo dei favorevoli all’indipendenza si rivolge ancora una volta ad un uso strumentale della storia, richiamando la natura non democratica della transizione pactuada e delle consistenti legacies autoritarie. Ora merita di essere ricordato come la costituzione sia stata varata da un’assemblea costituente eletta a suffragio universale diretto e successivamente approvata per via referendaria, referendum nel quale il 60% dei  catalani ha votato e ne 90% votato per il sì.

Quindi qui si intrecciano tre piani: eccezionalismo, popolo e democrazia diretta. I tre sono legati l’uno all’altro perché la democrazia diretta, il plebiscito voluto da Mas, si giustifica, nella sua violazione alle regole fondamentali del gioco iscritte nella carta fondamentale spagnola,  sulla volontà di un popolo vero, contrariamente a quanto accadrebbe in altri indipendentismi. Tuttavia anche la catalogna ha subito un processo di trasformazione etnica nel quale non si può più dire che il “popolo catalano” sia l’unico a risiedere né che tantomeno questo sia maggioritario. In questo senso quindi non ci sembra siano riunite le condizioni per accettare la necessità  di un atto costitutivo originario per la fondazione del nuovo stato così come avviene dopo la fine di una dittatura. In sostanza, quindi, citando Ruggeri “l’esercizio della sovranità quale potere illimitato in democrazia è configurabile unicamente in una fase costituente, per poi trasformarsi in una potestà che si può attivare solo all’interno dei limiti della Costituzione, la cui garanzia è affidata all’organo di giustizia costituzionale[1].

Carles Puigdemont quindi è riuscito a portare avanti un processo che appare porsi al di fuori di ogni legittimità democratica. Ci riesce attraverso un processo di disfigurazione della democrazia rappresentativa liberale. Ma anche richiamandosi alla democrazia diretta, al plebiscito del 2015 i catalani avevano riposto no.

Per capire occorre leggersi Ernesto Laclau che ne “the populist reason” spiega come alla base della logica populista non ci sia il popolo, ma una domanda sociale inevasa che, attraverso un processo di identificazione diventi maggioritaria. Del populismo c’è la visione antagonica  amico/nemico, dove lo stato spagnolo, fascista o comunque autoritario, limiterebbe il diritto di esprimersi e di esistere della catalogna. Intorno a questa dicotomia non è stato difficile, in un momento di crisi, costruire una coalizione percepita, soprattutto fuori dalla catalogna, come rappresentativa del popolo catalano, pur non esprimendo il pensiero maggioritario dei catalani. La sacralizzazione della volontà del popolo, anche se solo di una parte di esso, è l’elemento centrale della sua strategia.

[1] Così A. RUGGERI, A. SPADARO,  Lineamenti di giustizia costituzionale, Torino, 2004, 11.

 

Sbarchi, immigrazione e ong


Non ho mai commentato la questione degli sbarchi, prima volevo farmi un’idea, questo non vuol dire che quanto sto per dire non sia banale, stupido o inappropriato, ma che quantomeno ci ho pensato su un bel po’.

  • Tutta quella gente che dalla costa della Libia vuole venire in Italia ha già fatto un viaggio abominevole, che gli è costato un sacco in termini di soldi e di violenza, peraltro non tutti arrivano a destinazione;
  • Dal mio punto di vista quella dev’essere vista come una ferita aperta, tutte le persone che sono lì, sulla costa intendo, devono essere aiutate in ogni modo, non credo ci costi molto
  • La ferita dev’essere suturata però, non può diventare una routine: viaggio abominevole, costa libica, ong che ti porta in Italia. A meno che non ce ne freghi nulla di tutto il percorso che precede l’arrivo alle coste libiche. Insomma questo che ormai è diventato un tran tran non può continuare a lungo!
  • Occorrerebbe una visione d’insieme un progetto e credo che sia l’assenza di alternative a sfibrare un po’ tutti… soprattutto loro gli immigrati!
  • Se la cosa continuerà sarà sempre più ingestibile, sotto tanti punti di vista, sotto tutti i punti di vista.
  • No i confini non possono essere aperti sarebbe l’apocalisse!
  • Bisognerebbe stabilizzare l’Africa (vendere meno armi, non fomentare guerre civili o se non le fomentiamo noi, perché non ha senso che la responsabilità ce la prendiamo tutta noi sempre, noi possiamo intervenire come pacificatori, lo so gli stati sono egoisti e lontano dalle telecamere fanno solo porcherie, anche per commerciare a basso costo)
  • Ce lo ricordiamo l’aiuto allo sviluppo? Già i fondi tutti prosciugati però… ritorno al mio argomento: ci vuole un piano, anche se il piano che stiamo portando avanti adesso è quello di destabilizzare.
  • No ecco l’intervento non lo intendo come lo intendono i francesi o intende fare Macron (invio di truppe in Mali), con la più bieca politica di potenza (a proposito ma quanto sono sfigati i francesi a pensare anche di essere ai tempi di Luigi XIV!!)…. Anzi loro sono tra i responsabili del disastro
  • Le Ong non sono tutte uguali, questo lo sappiamo da sempre o no? Prima lo si poteva dire, ora si fa reato di lesa maestà! Alcune sono solo delle macchine per fare soldi che stanno sull’emergenza e si battono quando si spengono i riflettori, quindi smettiamola con questa retorica delle ong tutte buone e care perché rappresentano la società dal basso
  • Poi anche basta alla retorica dell’Italia non ascoltata in Europa, insomma dai su non mi sembra sia così drammatico.
  • Il mondo è un casino anche perché gli Usa, in chiaro declino, non riescono a gestire tutto, e quindi in molti cercano di occupare spazi: Arabia Saudita, Turchia, Israele, Iran, Francia… altri che non so. La cosa è complicata: gli Usa appoggiano i curdi che sono odiati dai turchi membri della Nato…

A dovere essere riformati dovrebbero essere i partiti e non le Istituzioni


Fondamentalmente io non penso che la sinistra, così come la destra o il centro, abbiano bisogno di “unirsi”, anzi, forse è proprio vero il contrario. Sono venti anni che si prova a sintetizzare ciò che non si può sintetizzare.

Causa leggi elettorali che promuovono la bipolarizzazione del sistema. Non ha funzionato, perché la realtà italiana è complessa.

Ci vorrebbe una legge elettorale proporzionale, speriamo che questa volta vada bene. Ci vorrebbero partiti in grado di ricucire il rapporto tra Istituzioni-Stato e Cittadini. Ci vorrebbero partiti nei quali i cittadini possano identificarsi, avere fiducia e dentro i quali possano sentirsi parte di un progetto.

A proposito: le elezioni primarie aperte sviliscono il ruolo dei militanti, forse occorrerebbe ripensarci!

A sinistra, ma anche a destra. Perché anche la crisi del blocco conservatore non mi sembra molto salutare.

È dal 1992 che si parla della riforma del sistema, della necessità di semplificare il quadro partitico. È dal 1992 che in realtà i partiti, e non le Istituzioni, soffrono di una profonda instabilità. Pds, Ds, Pd, Ulivo, Progressisti, Unione, Rifondazione, Sel, Pdci. A sinistra. Alleanza Nazionale, Msi, Forza italia, Popolo delle libertà, Polo del buon governo, Fratelli d’Italia eccetera eccetera eccetera a destra.

Solo in un contesto di elezioni meno drammatiche o drammatizzate, quindi con una legge elettorale che non abbia come obiettivo quello di portare a palazzo Chigi un incotrovertibile vincitore, ma che si preoccupi di permettere di portare in Parlamento differenti forze, tante quante gli italiani riterranno opportuno, che si può uscire da un clima – nelle sue varie velenose dicotomie Berlusconi/antiberlusconi o Renzi/antirenzi – isterico.

Detto in sintesi: sono i partiti che devono essere riformati, o rifondati, non la Costituzione!

La bocciatura della terza grande riforma costituzionale, e della logica della “governabilità” che ha portato solo disastri”  potrebbe essere un ottimo punto di partenza. Vediamo se riusciremo a lasciarci alle spalle i Renzi, Grillo e Salvini.

Il Portogallo, in questo senso, potrebbe essere un buon esempio per l’Italia.

Non è un paese per giovani – L’occupazione in Italia (dati Eurostat)


Il Partito Democratico è in una maggioranza di governo dal novembre del 2011. Può bastare l’alternarsi di un segretario per dire che la linea sia differente? Agli occhi dell’opinione pubblica probabilmente no, a meno che tu non dimostri che veramente hai l’intenzione di fare cose nuove!

La riduzione delle garanzie di lavoro – abolizione dell’articolo 18 – e le riforme costituzionali non si può certo dire che siano un tema nuovissimo o sbaglio?

Quindi tu dovresti essere cosciente del fatto che il quadro italiano è, comparativamente con l’Europa, molto negativo, non puoi fare finta di non c’entrare niente.

Qui sotto i dati sull’occupazione che mostrano come in Italia siano in pochi quelli che lavorano (popolo di fannulloni ehehehe):

eurostat-popolazione-occupata

Qui i giovanissimi, fascia di età tra i 15 e i 24 anni, comparativamente con altri paesi europei (totale della popolazione di riferimento):

giovanicomparati

Il terzo grafico mostra come dal 2006 al 2015 la percentuale di giovani al lavoro – sempre fascia di età 15-24 anni, sia crollata, senza dare grandi segni di ripresa:

italiagiovanidisoccupati

In sostanza, per riassumere. Hai ignorato i dati che emergevano dal paese che vuoi governare: quelli dell’occupazione, facendo finta che ci fosse una ripresa straordinaria. Ma non solo, hai fatto finta di non capire ciò che era successo alle elezioni di Torino e Milano (forse perché drogato dai risultati delle europee del 2014 chissà?). Ed infine hai ignorato l’opposizione interna al tuo partito ed hai imposto una riforma della costituzione che  non molti volevano.

In conclusione: prima cerca di farti voler bene perché se te li metti tutti contro poi diventa difficile governare!

Trump, Clinton il populismo, la fluidità e Laclau


Quello che succede negli Stati Uniti è solo uno dei tanti segni di una profonda crisi di legittimità delle democrazie liberali. E dopotutto come potrebbe non essere così.

In Europa “governa”  una grande coalizione, metto tra virgolette la parola governa perché in realtà si cerca di governare attraverso meccanismi non politici ma tecnici: tra tutti occorre ricordare gli accordi ai  tetti di spesa.

In Spagna e Germania gli equilibri non sono del tutto dissimili e in fondo anche la Clinton era la candidata dell’establishment  verso cui convergeva il voto di parte del mondo repubblicano e Trump l’outsider. L’est Europa scivola verso l’autoritarismo, il Medio Oriente tutto brucia da anni e Erdogan, nella nostra indifferenza, fa terra bruciata di qualsiasi forma di opposizione. Brasile, Venezuela e Argentina lasciamo perdere.

La Gran Bretagna ha votato Brexit, ancora una volta un voto “anti” così com’era successo in Francia anni fa con il voto sul referendum europeo. La Le Pen ha serie possibilità di vincere le prossime presidenziali e la Merkel fatica a tenere a bada l’Afp (anche qui l’outsider).  Anche se poi continua a sviluppare politiche che alimentano la disaffezione internamente e internazionalmente.

Insomma è evidente come ormai il clivage non sia più tra destra e sinistra ma tra antiestablishment e pro establishment. Dove non si capisce in realtà troppo chi tra i due schieramenti  sia quello più anti-liberale.

Alla base di tanta sfiducia la crescita delle disparità e l’abisso di una società fluida dove non esiste più uno stato che ti protegge e in pochi minuti ti ritrovi all’inferno. Ma anche gli accordi “commerciali”, Wto, Ttip e tutto il resto, che sottraggono potere alla politica convogliandolo verso entità poco cristalline. La sensazione è quella di una perdita totale di punti di riferimento: la famiglia, sempre più precaria, la città (i continui trasferimenti alla ricerca di un lavoro), il lavoro, la pensione, la sanità. Una fluidità assoluta e agghiacciante dove ogni giorno è un nuovo giorno, un eterno presente che si rinnova e una impossibilità di proiettarsi serenamente nel futuro.

Laclau scrive  che se le domande dei cittadini non trovano risposte all’interno del gioco democratico – e non c’è dubbio che nessun governo oggi abbia voglia di darle – allora queste entrano in un circuito differente e un leader capace può essere in grado di costruire in questo magma di insoddisfazione una egemonia e una nuova coalizione.

Se si vogliono salvare le democrazie liberali, cosa che io mi auguro visto che i regimi populisti si sono mostrati non in grado di offrire risposte adeguate, bisognerà mettere mano in questo magna. Sono francamente pessimista. Hollande, Clinton, il Psoe, l’Spd tedesca, la leadership politica agisce su di un altro pianeta, il loro non lo capiscono più da tempo. Le loro preoccupazioni non sono certamente quelle dei cittadini e, in molti casi, cercano di trasformare i sistemi politici in modo da potere perpetrare il loro potere pur in assenza quasi totale di legittimità.

Fin da subito la Clinton è apparsa come una candidata debole, sia per la sua empatia inesistente, sia per gli innumerevoli scandali lì nel cassetto pronti ad uscire ma anche perché troppo legata a quegli anni novanta che, con la deregolamentazione di tutto, sono all’origine dell’attuale crisi.

Bisognerebbe forse avere più fiducia negli Iglesias, nei Corbyn e nei Sanders perché forse è solo da lì che potrà nascere una vera alternativa.

Referendum 4 dicembre: il perché del mio No


Allora intanto il referendum del 4 dicembre non è su Renzi o gruppi dirigenti in genere ma sulle regole del gioco democratico dei prossimi anni. Quindi l’unica domanda che abbia un senso porsi per decidere quale voto esprimere è questa: è meglio la costituzione non riformata o  quella riformata? Tutto il resto non conta.

Ora dal mio punto di vista il bicameralismo paritario garantisce un minimo di trasparenza legislativa o, se vogliamo, ha evitato che leggi venissero approvate in totale o quasi assenza di scrutinio popolare. Certo poi le leggi che dovevano passare sono passate e anche molto in fretta. È anche successo che ci fossero articoli in leggi di cui nessuno sapeva nemmeno indicare chi ne fosse stato l’autore e che, per fortuna, sia stato possibile emendare all’errore!

La decretazione non finirà mai, perché è un problema atavico del sistema Italia, ci aveva provato anche Mussolini a risolverlo – ovviamente non per restituire poteri al Parlamento – visto che non riusciva a controllare l’operato dei suoi ministri, ma fondamentalmente ha dovuto poi arrendersi.

C’è poi il fatto che non si può dissociare la nuova costituzione dalla nuova legge elettorale, questo perché un sistema politico funziona nel suo insieme che è fatto di partiti, legge elettorale e costituzione. Di fatto si introduce, anzi, si mantiene rafforzandolo, perché non ci sarebbero più due maggioranze differenti tra Camera e Senato, un sistema di elezione diretta del primo ministro: primarie che oltrepassano i corpi intermedi e poi legislative in uno scontro non tra due partiti ma tra due leaders. Intorno al primo ministro si concentrerebbero troppi poteri senza che questi vengano controbilanciati da altri organismi altrettanto forti.

A rafforzare un sistema di democrazia diretta anche l’abbassamento del quorum del referendum.

Il 4 dicembre prossimo si vota per un modello di democrazia differente da quello che ha caratterizzato l’Italia fino al 1992: decisamente meno liberale, meno mediatore e meno parlamentare. I deputati e la Camera dei Deputati non avrebbero di fatto quasi nessuna rilevanza. Conterebbe solo il Presidente del Consiglio legittimato appunto da un’elezione diretta. A meno di non immaginare un Capo dello Stato che si prenda la responsabilità di nominare un Presidente  del Consiglio differente da quello eletto dai cittadini.

Io preferisco modelli di democrazia in cui si vota per partiti, basati su sistemi elettorali proporzionali e non quelli basati su due mega formazioni fluide. È un modello che funziona in Germania, Portogallo, Spagna, Belgio eccetera.  Se devo scegliere  tra rappresentanza e stabilità preferisco la prima. Ma non è detto che basti un plebiscito e una mega maggioranza per avere stabilità! Ce lo dimostra l’epilogo del governo Berlusconi nel 2011: quando la crisi è forte un sistema elastico è più capace di attutire i colpi!