A dovere essere riformati dovrebbero essere i partiti e non le Istituzioni


Fondamentalmente io non penso che la sinistra, così come la destra o il centro, abbiano bisogno di “unirsi”, anzi, forse è proprio vero il contrario. Sono venti anni che si prova a sintetizzare ciò che non si può sintetizzare.

Causa leggi elettorali che promuovono la bipolarizzazione del sistema. Non ha funzionato, perché la realtà italiana è complessa.

Ci vorrebbe una legge elettorale proporzionale, speriamo che questa volta vada bene. Ci vorrebbero partiti in grado di ricucire il rapporto tra Istituzioni-Stato e Cittadini. Ci vorrebbero partiti nei quali i cittadini possano identificarsi, avere fiducia e dentro i quali possano sentirsi parte di un progetto.

A proposito: le elezioni primarie aperte sviliscono il ruolo dei militanti, forse occorrerebbe ripensarci!

A sinistra, ma anche a destra. Perché anche la crisi del blocco conservatore non mi sembra molto salutare.

È dal 1992 che si parla della riforma del sistema, della necessità di semplificare il quadro partitico. È dal 1992 che in realtà i partiti, e non le Istituzioni, soffrono di una profonda instabilità. Pds, Ds, Pd, Ulivo, Progressisti, Unione, Rifondazione, Sel, Pdci. A sinistra. Alleanza Nazionale, Msi, Forza italia, Popolo delle libertà, Polo del buon governo, Fratelli d’Italia eccetera eccetera eccetera a destra.

Solo in un contesto di elezioni meno drammatiche o drammatizzate, quindi con una legge elettorale che non abbia come obiettivo quello di portare a palazzo Chigi un incotrovertibile vincitore, ma che si preoccupi di permettere di portare in Parlamento differenti forze, tante quante gli italiani riterranno opportuno, che si può uscire da un clima – nelle sue varie velenose dicotomie Berlusconi/antiberlusconi o Renzi/antirenzi – isterico.

Detto in sintesi: sono i partiti che devono essere riformati, o rifondati, non la Costituzione!

La bocciatura della terza grande riforma costituzionale, e della logica della “governabilità” che ha portato solo disastri”  potrebbe essere un ottimo punto di partenza. Vediamo se riusciremo a lasciarci alle spalle i Renzi, Grillo e Salvini.

Il Portogallo, in questo senso, potrebbe essere un buon esempio per l’Italia.

Non è un paese per giovani – L’occupazione in Italia (dati Eurostat)


Il Partito Democratico è in una maggioranza di governo dal novembre del 2011. Può bastare l’alternarsi di un segretario per dire che la linea sia differente? Agli occhi dell’opinione pubblica probabilmente no, a meno che tu non dimostri che veramente hai l’intenzione di fare cose nuove!

La riduzione delle garanzie di lavoro – abolizione dell’articolo 18 – e le riforme costituzionali non si può certo dire che siano un tema nuovissimo o sbaglio?

Quindi tu dovresti essere cosciente del fatto che il quadro italiano è, comparativamente con l’Europa, molto negativo, non puoi fare finta di non c’entrare niente.

Qui sotto i dati sull’occupazione che mostrano come in Italia siano in pochi quelli che lavorano (popolo di fannulloni ehehehe):

eurostat-popolazione-occupata

Qui i giovanissimi, fascia di età tra i 15 e i 24 anni, comparativamente con altri paesi europei (totale della popolazione di riferimento):

giovanicomparati

Il terzo grafico mostra come dal 2006 al 2015 la percentuale di giovani al lavoro – sempre fascia di età 15-24 anni, sia crollata, senza dare grandi segni di ripresa:

italiagiovanidisoccupati

In sostanza, per riassumere. Hai ignorato i dati che emergevano dal paese che vuoi governare: quelli dell’occupazione, facendo finta che ci fosse una ripresa straordinaria. Ma non solo, hai fatto finta di non capire ciò che era successo alle elezioni di Torino e Milano (forse perché drogato dai risultati delle europee del 2014 chissà?). Ed infine hai ignorato l’opposizione interna al tuo partito ed hai imposto una riforma della costituzione che  non molti volevano.

In conclusione: prima cerca di farti voler bene perché se te li metti tutti contro poi diventa difficile governare!

Trump, Clinton il populismo, la fluidità e Laclau


Quello che succede negli Stati Uniti è solo uno dei tanti segni di una profonda crisi di legittimità delle democrazie liberali. E dopotutto come potrebbe non essere così.

In Europa “governa”  una grande coalizione, metto tra virgolette la parola governa perché in realtà si cerca di governare attraverso meccanismi non politici ma tecnici: tra tutti occorre ricordare gli accordi ai  tetti di spesa.

In Spagna e Germania gli equilibri non sono del tutto dissimili e in fondo anche la Clinton era la candidata dell’establishment  verso cui convergeva il voto di parte del mondo repubblicano e Trump l’outsider. L’est Europa scivola verso l’autoritarismo, il Medio Oriente tutto brucia da anni e Erdogan, nella nostra indifferenza, fa terra bruciata di qualsiasi forma di opposizione. Brasile, Venezuela e Argentina lasciamo perdere.

La Gran Bretagna ha votato Brexit, ancora una volta un voto “anti” così com’era successo in Francia anni fa con il voto sul referendum europeo. La Le Pen ha serie possibilità di vincere le prossime presidenziali e la Merkel fatica a tenere a bada l’Afp (anche qui l’outsider).  Anche se poi continua a sviluppare politiche che alimentano la disaffezione internamente e internazionalmente.

Insomma è evidente come ormai il clivage non sia più tra destra e sinistra ma tra antiestablishment e pro establishment. Dove non si capisce in realtà troppo chi tra i due schieramenti  sia quello più anti-liberale.

Alla base di tanta sfiducia la crescita delle disparità e l’abisso di una società fluida dove non esiste più uno stato che ti protegge e in pochi minuti ti ritrovi all’inferno. Ma anche gli accordi “commerciali”, Wto, Ttip e tutto il resto, che sottraggono potere alla politica convogliandolo verso entità poco cristalline. La sensazione è quella di una perdita totale di punti di riferimento: la famiglia, sempre più precaria, la città (i continui trasferimenti alla ricerca di un lavoro), il lavoro, la pensione, la sanità. Una fluidità assoluta e agghiacciante dove ogni giorno è un nuovo giorno, un eterno presente che si rinnova e una impossibilità di proiettarsi serenamente nel futuro.

Laclau scrive  che se le domande dei cittadini non trovano risposte all’interno del gioco democratico – e non c’è dubbio che nessun governo oggi abbia voglia di darle – allora queste entrano in un circuito differente e un leader capace può essere in grado di costruire in questo magma di insoddisfazione una egemonia e una nuova coalizione.

Se si vogliono salvare le democrazie liberali, cosa che io mi auguro visto che i regimi populisti si sono mostrati non in grado di offrire risposte adeguate, bisognerà mettere mano in questo magna. Sono francamente pessimista. Hollande, Clinton, il Psoe, l’Spd tedesca, la leadership politica agisce su di un altro pianeta, il loro non lo capiscono più da tempo. Le loro preoccupazioni non sono certamente quelle dei cittadini e, in molti casi, cercano di trasformare i sistemi politici in modo da potere perpetrare il loro potere pur in assenza quasi totale di legittimità.

Fin da subito la Clinton è apparsa come una candidata debole, sia per la sua empatia inesistente, sia per gli innumerevoli scandali lì nel cassetto pronti ad uscire ma anche perché troppo legata a quegli anni novanta che, con la deregolamentazione di tutto, sono all’origine dell’attuale crisi.

Bisognerebbe forse avere più fiducia negli Iglesias, nei Corbyn e nei Sanders perché forse è solo da lì che potrà nascere una vera alternativa.

Referendum 4 dicembre: il perché del mio No


Allora intanto il referendum del 4 dicembre non è su Renzi o gruppi dirigenti in genere ma sulle regole del gioco democratico dei prossimi anni. Quindi l’unica domanda che abbia un senso porsi per decidere quale voto esprimere è questa: è meglio la costituzione non riformata o  quella riformata? Tutto il resto non conta.

Ora dal mio punto di vista il bicameralismo paritario garantisce un minimo di trasparenza legislativa o, se vogliamo, ha evitato che leggi venissero approvate in totale o quasi assenza di scrutinio popolare. Certo poi le leggi che dovevano passare sono passate e anche molto in fretta. È anche successo che ci fossero articoli in leggi di cui nessuno sapeva nemmeno indicare chi ne fosse stato l’autore e che, per fortuna, sia stato possibile emendare all’errore!

La decretazione non finirà mai, perché è un problema atavico del sistema Italia, ci aveva provato anche Mussolini a risolverlo – ovviamente non per restituire poteri al Parlamento – visto che non riusciva a controllare l’operato dei suoi ministri, ma fondamentalmente ha dovuto poi arrendersi.

C’è poi il fatto che non si può dissociare la nuova costituzione dalla nuova legge elettorale, questo perché un sistema politico funziona nel suo insieme che è fatto di partiti, legge elettorale e costituzione. Di fatto si introduce, anzi, si mantiene rafforzandolo, perché non ci sarebbero più due maggioranze differenti tra Camera e Senato, un sistema di elezione diretta del primo ministro: primarie che oltrepassano i corpi intermedi e poi legislative in uno scontro non tra due partiti ma tra due leaders. Intorno al primo ministro si concentrerebbero troppi poteri senza che questi vengano controbilanciati da altri organismi altrettanto forti.

A rafforzare un sistema di democrazia diretta anche l’abbassamento del quorum del referendum.

Il 4 dicembre prossimo si vota per un modello di democrazia differente da quello che ha caratterizzato l’Italia fino al 1992: decisamente meno liberale, meno mediatore e meno parlamentare. I deputati e la Camera dei Deputati non avrebbero di fatto quasi nessuna rilevanza. Conterebbe solo il Presidente del Consiglio legittimato appunto da un’elezione diretta. A meno di non immaginare un Capo dello Stato che si prenda la responsabilità di nominare un Presidente  del Consiglio differente da quello eletto dai cittadini.

Io preferisco modelli di democrazia in cui si vota per partiti, basati su sistemi elettorali proporzionali e non quelli basati su due mega formazioni fluide. È un modello che funziona in Germania, Portogallo, Spagna, Belgio eccetera.  Se devo scegliere  tra rappresentanza e stabilità preferisco la prima. Ma non è detto che basti un plebiscito e una mega maggioranza per avere stabilità! Ce lo dimostra l’epilogo del governo Berlusconi nel 2011: quando la crisi è forte un sistema elastico è più capace di attutire i colpi!

La Volkswagen, il voto elettronico e la manipolazione dei software


La Volkswagen è riuscita attraverso un software prodotto industrialmente da anni a eludere ogni tipo di controllo.

Milioni di autovetture e nessuno si rendeva conto che le emissioni erano superiori a quelle reali. Già perché “lui” il software, era sveglio, e sapeva quando la macchina era sotto controllo e modificava il funzionamento del motore.

Questo scandalo dovrebbe suscitare non poche perplessità perché in realtà ci sta dicendo che tutto potrebbe essere modificato e soprattutto in chissà quanti e quali luoghi sono stati introdotti congegni di quel tipo.

In questo senso mi chiedo: se un software di questo tipo fosse introdotto nei computer per il conteggio dei voti espressi in modo elettronico? (Così come tanti altri aspetti del nostro vivere quotidiano)

Addirittura per una elezione sarebbe anche più facile, perché finito il conteggio tutto si smantella e apparirebbe uguale. Niente schede per verificare che tutto sia a posto.

Qui almeno c’è un motore fisico che può essere controllato, nel caso del voto elettronico no! Ci possiamo fidare? Possiamo davvero credere che una manipolazione di proporzioni tanto vaste fosse ignorata da tutti? Giusto un amministratore delegato? Nessuno sapeva!

Intendiamoci: io sono un entusiasta della tecnologia, ma ci sono dei rischi e affidare tutto il processo di selezione delle nostre leadership politiche a dei software facilmente manipolabili non è cosa intelligente…

volkswagen

Sabra e Chatila: storia di un eccidio


16 settembre 1982 alle 17.00 circa un gruppo di falangisti cristiani stanno per entrare nei campi profughi di Sabra e Chatila a ovest di Beirut. Il campo è circondato da truppe israeliane che da tempo stazionavano in Libano, dentro al campo sono migliaia i palestinesi che pensano di trovare rifugio da una guerra civile che oppone musulmani a cristiani nell’ex svizzera del Medio Oriente, il Libano appunto.

Intorno ai campi profughi infuria da quasi dieci anni la guerra civile tra cristiani e musulmani, una guerra civile che non risparmia vittime e odi devastatori. Intorno al Libano si aggirano avvoltoi pronti ad approfittare delle ceneri della guerra civile, sono gli anni della guerra fredda da un lato e sono gli anni dove il conflitto arabo israeliano è più cruento: USA, URSS, Israele e Siria scelgono i loro alleati in Libano e intervengono quando i miliziani non soddisfano sufficientemente le loro esigenze.

Dopo le 17 quella terribile guerra civile si macchierà di uno dei più efferati delitti di tutto il conflitto mediorientale: una volta entrati nel campo “protetto” dalle truppe israeliane, i falangisti fanno un massacro: fonti ufficiali israeliane parlano di 700 morti, fonti non ufficiali considerano che i morti in quella notte tra il 16 e il 17 settembre furono molti di più, forse 3000, nessuno lo saprà mai.

Bruxelles, 1993, il parlamento approva una riforma della giustizia, i tribunali belgi passano ad avere competenza universale, le vittime dei crimini contro l’umanità trovano ora in Belgio una possibilità per avere giustizia, indipendentemente dal luogo in cui i fatti siano avvenuti.

La legge trova immediata applicazione in numerosi casi di violazione dei diritti umani. Così anche i familiari delle vittime dei campi profughi di Sabra e Chatila decidono di denunciare l’attuale primo ministro israeliano Sharon, al tempo del massacro ministro della difesa, quale principale responsabile della strage perpetuata dai Falangisti.

Il Tribunale, che in un primo tempo aveva rifiutato di giudicare Sharon in quanto contumace, ovvero non presente al processo, nel febbraio del 2003 cambia la propria decisione ammettendo la propria competenza, anche in assenza dell’imputato, rinviata però a quando Sharon avrà portato a termine il proprio mandato.
Le giornate tra il 16 e il 18 di settembre 1982
È un contesto complesso quello che porta a perpetrate stragi nei confronti dei palestinesi, una lunga e drammatica sequenza di drammi che flagellano la storia di un popolo alla ricerca di una serenità persa da troppo tempo.

A Beirut ovest c’erano vari campi di profughi tra cui due, Sabra e Chatila, nel quale trovavano rifugio dagli orrori della guerra civile, donne, bambini e anziani. I palestinesi dell’OLP erano già stati evacuati dal paese sotto la scorta di un contingente internazionale formato, tra gli altri, anche da soldati italiani. A proteggere materialmente i campi dalle barbarie della falange cristiana c’era l’esercito israeliano, i cui responsabili principali erano allora Ariel Sharon in quanto ministro della difesa, capo di stato maggiore, il generale Eytan e, a comandare le truppe israeliane dislocate a Sabra e Chatila, Amos Yaron.

Come se non ci fosse già sufficiente odio tra le parti, la tensione viene ulteriormente acuita dall’uccisione del presidente libanese Bashar Gemayel, uomo della falange cristiana che aveva costituito un governo filo-israeliano. Il clima si surriscalda, i falangisti sono accecati dalla rabbia, l’ONU, che era presente con un suo contingente di pace, aveva appena lasciato l’antico paese dei cedri. A partire dal pomeriggio del 16, uomini della falange comandati da Elie Hobeika cominciano a entrare nei due campi. Un esercito di miliziani imbottiti di armi, di buldoozer e di quant’altro potesse essere necessario per fare di inermi persone l’oggetto dello sfogo per la loro rabbia.

Entrano nonostante il campo sia “protetto” dagli uomini di Sharon, impossibile che nessuno si accorga di un movimento tanto evidente di mezzi e di uomini, i campi di Sabra e Chatila sono costantemente sotto strettissimo controllo e i sospetti da parte di molti osservatori di una possibile connivenza tra gli uomini della falange e l’esercito israeliano sono davvero molti. Per tre giorni i falangisti mettono il campo a ferro e fuoco, agendo indisturbati come se fossero loro i veri padroni.

I palestinesi provano a difendersi con l’unica arma che hanno a loro disposizione: l’esercito israeliano. Da subito viene composta una delegazione di quattro uomini che deve recarsi all’ambasciata del Kuwait, allora occupata dal comando israeliano, per sollecitare un loro rapido intervento, volevano avvertirli che nei campi si stava compiendo una strage. Purtroppo i quattro non arriveranno mai all’ambasciata, incontrando la morte ben prima di riuscire ad arrivare al comando.

In Israele le reazioni alla strage sono fortissime e provocano una crisi politica senza precedenti. Viene indetta da subito una manifestazione di protesta contro il governo a Tel Aviv a cui partecipano 400 mila persone. Il parlamento israeliano, la Knesset, istituisce una commissione d’inchiesta e Sharon, considerato responsabile, è costretto a dimettersi dall’incarico di Ministro della difesa.

Le testimonianze
Oum Chawki, sopravvissuta al massacro, racconta di avere perso, in quella maledetta notte, diciassette familiari e, passati vent’anni da quel giorno, continua a sognare i cadaveri mutilati di suo figlio e di suo marito che da allora non ha mai più rivisto: “Hanno bussato alla porta dicendo di cercare delle armi, mio marito ha aperto, tranquillo, sapeva di non avere nulla di cui preoccuparsi vista la sua estraneità a qualsiasi movimento terrorista, e invece, un gruppo di persone – che la Signora Oum Chawki sospetta essere soldati israeliani – cominciano a fare violenze contro sua figlia”.

Questa è solo una delle testimonianze raccolte tra i sopravvissuti ai massacri di quella notte. Fino ad oggi è stata fatta una sola inchiesta relativa ai fatti di quella notte, quella della commissione israeliana diretta da Itzhak Kahane, capo della corte suprema, nel febbraio 1993.

Il rapporto, disponibile su internet, attribuisce responsabilità sia ai falangisti, sia ad Ariel Sharon per non avere preso le misure necessarie per sorvegliare e impedire i massacri. I relatori esprimono perplessità nei confronti del comportamento di Sharon che non si è premurato di avvertire il Primo ministro israeliano Begin riguardo alla sua decisione di fare entrare i falangisti nei campi. La relazione conclude dicendo “Sharon porta una responsabilità personale e deve trarne le debite conseguenze”.

Vi sono anche numerose testimonianze di giornalisti, fra i quali molti erano corrispondenti dei mass media, che denunciano l’orrore di un massacro. Uno di loro, Eitan Haber, inviato del giornale Yedi’ot Aharonot si esprime con toni particolarmente forti: “Se il massacro ha potuto continuare è perché qualcuno aveva interesse a che questo continuasse”.

Forse molte delle accuse non sono altro che insinuazioni, alimentate soprattutto dalla mancanza da parte del governo israeliano di una precisa volontà chiarificatoria riguardo a un caso tanto drammatico. Unica via verso una definitiva spiegazione sarebbe la pubblicazione da parte del governo di Tel Aviv dei documenti relativi ai fatti succedutisi in quei giorni a Sabra e Chatila: documenti tutt’ora coperti da un rigidissimo segreto di stato.
Il processo a Bruxelles
Nel corso degli anni sono apparse nuove testimonianze in merito, ma nessuna nuova commissione ha mai fatto luce su quanto è successo. Così i familiari delle vittime decidono di approfittare di una riforma della giustizia belga, che allargava la sua competenza a tutti i crimini perpetrati contro l’umanità in qualsiasi luogo del mondo essi fossero stati commessi, e di depositare una denuncia contro il generale Sharon e il comandante Amos Yaron.

Da pochi giorni si era aperto il processo contro Sharon quando due senatori belgi si recano in Libano per parlare con il capo della falange cristiana Elie Hobeika, considerato il responsabile materiale della strage di Sabra e Chatila. I due senatori si trovano di fronte a un uomo impaurito, quasi terrorizzato, Hobeika racconta loro di essere innocente, l’ex signore della guerra arriva a sostenere che i colpevoli della strage furono i miliziani del sud del libano, notoriamente molto prossimi a Israele e da questi incitati a compiere l’azione.

Hobeika mostra documenti, teme di essere ucciso dal Mossad, il servizio segreto israeliano, si sente come un uomo in trappola, si dice disposto a testimoniare al processo. Non aveva torto perché passano appena 36 ore da quell’incontro che un’auto bomba stronca la sua vita, quella della sua scorta e di un passante che disgraziatamente si trova lì per caso. Evidentemente, qualcuno non voleva che l’ex capo della falange testimoniasse. Erano infatti in molti a temere una sua testimonianza: Sharon in primis, ma anche i siriani che non vedevano di buon occhio la presenza di Hobeika a Bruxelles. Comunque sia, la Corte d’Appello belga viene posta sotto fortissime pressioni, dichiara la sua incompetenza a procedere contro Sharon, a causa di una legge che impedisce ai tribunali di giudicare parlamentari e ministri.

Lo sconforto e la delusione per i familiari delle vittime è forte, ma a sorpresa all’inizio del 2003 l’Alta Corte di Bruxelles ribalta la sentenza della corte d’appello decidendo, anche in seguito a un provvedimento legislativo dei deputati belgi, che il procedimento penale a carico dell’allora ministro della difesa potrà continuare il suo iter giudiziario. Nonostante Ariel Sharon sia primo ministro potrà essere ugualmente incriminato ed eventualmente arrestato quando verranno a cessare le sue funzioni. Nessuna immunità per tutti gli altri responsabili della strage a cominciare da Amos Yaron, allora comandante della piazza di Beirut.

Bibliografia
Per maggiori approfondimenti:
Il testo dell’inchiesta del parlamento israeliano:
http://www.israel-mfa.gov.il/mfa/go.asp?MFAH0ign0
Alcune testimonianze:
http://www.indictsharon.net/massacres.shtml#testimonies
Per una cronologia degli avvenimenti
http://www.geocities.com/indictsharon/Kapeliouk.doc
Le monde diplomatique: http://www.monde-diplomatique.fr/

Eleições legislativas Portuguesas: quem vai ganhar?


Falta mais ou menos um mês para as eleições legislativas de 2015 e as sondagens preveem um resultado sem grandes ganhadores. A questão todavia é: podemos prever o resultado daqui a um mês com base nas sondagens destes dias?

sondagens legislativas

Nas passadas eleições legislativas fiquei muito surpreendido pela volatilidade nas intenções de voto registrada pelas sondagens. Quando faltavam só cerca de três semanas PS e PSD estavam equilibrados. As semanas a seguir o PSD começou a crescer e ganhou com 10 pontos sobre o PS.

Será que também este ano irá registar-se uma volatilidade semelhante?